venerdì 2 aprile 2010

Da Rimini l'ultima bufala di HERA

di Gianluigi Salvador

/Il volantino distribuito alle famiglie dei comuni della provincia di
Rimini/

“*Per i tuoi rifiuti c’è e-gate, una chiave che aiuta l’ambiente. *

Cari Cittadini,
nei prossimi giorni, nel nostro Comune, sarà attivato un nuovo progetto
di raccolta rifiuti che coinvolgerà gradualmente tutto il territorio
provinciale. Grazie alla vostra collaborazione, con questo progetto
potremo raggiungere risultati significativi nella raccolta differenziata
e nel recupero dei materiali.
Vediamo in cosa consiste. Nelle prossime settimane solo sui cassonetti
grigi per la raccolta dei rifiuti indifferenziati verrà montato un nuovo
sistema di conferimento. Si tratta di una calotta all’interno della
quale verranno buttati i rifiuti indifferenziati. Per aprire questa
calotta verranno distribuite delle chiavi elettroniche personalizzate
che permetteranno di contare e memorizzare il numero dei conferimenti
dei rifiuti indifferenziati. In questo modo ognuno di noi diventa
consapevole dei rifiuti indifferenziati prodotti e può aumentare la
percentuale di raccolta differenziata effettuata, aiutando l’ambiente e
il recupero delle risorse.
Per le altre tipologie di rifiuti differenziati non cambia nulla.
Come tutte le novità, anche questa inzialmente avrà bisogno di una fase
di prova, ma siamo sicuri che nei prossimi mesi il sistema diventerà
un’abitudine semplice, facile e soddisfacente per tutti.

Firmato
Gruppo Hera – ATO – Comune di …....”


martedì 2 marzo 2010

Facciamo il Punto sul Nucleare

(di Monia Benini)

Nel 1987 gli Italiani con un referendum avevano già detto no in modo molto netto al nucleare; nonostante questo, nel 2008 il Governo calpesta la volontà espressa dai cittadini, stabilendo il ritorno al nucleare in Italia; pochi mesi dopo, il Primo Ministro sigla con la Francia un accordo palesemente fuori legge, mentre l'ENEL – privatizzata – non si fa scrupoli già da qualche tempo a costruire in Europa dell'Est centrali nucleari con la stessa tecnologia dell'impianto di Chernobyl, prendendo atto che per la tanto decantata “quarta generazione” di impianti dovremmo attendere decenni.

Restando al territorio nostrano, in base alle indicazioni dei Decreti del Governo, avremmo già dovuto conoscere i siti dove saranno localizzate le centrali e stoccate le scorie radioattive, ma per la vicinanza dell'appuntamento con il voto in diverse regioni, per non scontentare l'elettorato, si è preferito rinviare tale indicazione a "tempi migliori". Anzi, come se per questo dovessimo essere più tranquilli, il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia precisa che "Il percorso prevede che siano fissati dei «criteri per l’individuazione dei siti e di protezione della salute dei cittadini e dell’ambiente», e «da tali criteri si può fare una mappa dell’Italia individuando macro-aree idonee secondo il governo a ospitare una centrale, ma certo non a individuare un singolo sito». Ma quel che è peggio, in base a quanto dichiara Saglia, del luogo preciso di costruzione di una centrale «verremo a conoscenza quando un operatore chiederà al governo di certificare secondo le regole questo sito».

Nel frattempo i media e vari personaggi (non ultimo il prof. Umberto Veronesi) profondono i loro sforzi nello spaccio delle “verità” più opportune a sostenere il grande affare dell'atomo: il nucleare è necessario; il nucleare è sicuro; il nucleare renderà autonoma l’Italia dal punto di vista energetico; tutti paesi stanno investendo nel nucleare, ecc... Così, siccome per molte persone ciò che dice la tivù è “la realtà”, si assiste ad un lento ma inesorabile condizionamento del pubblico, sempre più aperto e disponibile nei confronti di una scelta tanto antieconomica e rischiosa. Come se ciò non bastasse, in molte diocesi italiane è stato distribuito materiale sponsorizzato da ENEL a sostegno del nucleare: sperando che le autorità religiose si siano accorte solo in seguito dell'astuto stratagemma della SpA, non ci sono invece attenuanti per i partiti che in Italia si dichiarano antinuclearisti e spingono per un nuovo referendum, votando poi a favore di decisioni pro nucleare in sede europea.

Sorge quindi spontanea una domanda: qual è l'affaire nucleare se c'è una simile corsa verso l'Eldorado dell'atomo? Documenti alla mano, a meno che per i costruttori/investitori non siano applicati meccanismi distorti e truffaldini come già avviene per la quota CIP 6 che versiamo nelle nostre bollette ENEL per le fonti di energia rinnovabile e che – tramite lo stratagemma della parola “assimilabile” - vengono ripartiti agli imprenditori che investono in inceneritori, centrali turbogas e biomasse, la costruzione di una centrale atomica e la rispettiva produzione di energia elettrica è antieconomica.

Da vent’anni il numero di centrali nel mondo è stabile (circa 440 impianti), e la stragrande maggioranza è costituita da vecchie centrali di seconda generazione (tipo Chernobyl e Three Mile Island). In Australia, dove sono localizzati i maggiori giacimenti di uranio al mondo, non è mai stato costruito alcun impianto nucleare. Per il funzionamento standard annuale di una centrale servono 160.000 tonnellate di materiale, che andrà riprocessato, in modo da poterne ricavare sole 160 tonnellate di uranio utile. Le 159.840 tonnellate di scarto saranno impregnate di prodotti chimici utilizzati per il riprocessamento e conterranno ovviamente isotopi radioattivi. Il costo dell’uranio e del plutonio, fonti esauribili, ha subito una notevole impennata, rendendo tutt’altro che economico l’approvvigionamento, che l'Italia dovrebbe garantirsi dipendendo ancora una volta dall'estero, dal momento che non possiede riserve significative di uranio.

Per non parlare della pericolosità di queste sostanze, che è molto elevata: ad esempio, basta inalare meno di un milionesimo di grammo di plutonio per sviluppare un cancro al polmone. Il tempo di dimezzamento della radioattività del Plutonio è 24.000 anni, mentre l’Uranio-235 ha un tempo di dimezzamento di 704 milioni di anni e l’Uranio-238 di 4,5 miliardi di anni. Sono quindi ridicole le proposte che mirano a risolvere il problema scorie attraverso il loro seppellimento (terra o mare) in cassoni di cemento armato, la cui deperibilità è riconducibile ad un ordine di grandezza di un centinaio di anni.

Perchè quindi non rispondere ai “nuclearisti” con le risorse – pulite e rinnovabili - di cui gode effettivamente il nostro Paese per la produzione di energia elettrica, che è il solo tipo di energia prodotto dalle centrali nucleari? Micro impianti idroelettrici, solare termico, fotovoltaico, eolico domestico consentirebbero un buon approvvigionamento energetico e una maggiore distribuzione delle fonti di produzione. Questo, insieme ad un ripensamento complessivo dei ritmi dei nostri consumi energetici e all'intervento sugli sprechi delle nostre abitazioni e delle strutture produttive, potrebbe costituire una risposta ai bisogni dei cittadini all'insegna di un benessere umano e ambientale, non soggetto ai costi, alle ripercussioni e ai rischi impliciti nel ritorno all'atomo.




Nel 1987 gli Italiani con un referendum avevano già detto no in modo molto netto al nucleare; nonostante questo, nel 2008 il Governo calpesta la volontà espressa dai cittadini, stabilendo il ritorno al nucleare in Italia; pochi mesi dopo, il Primo Ministro sigla con la Francia un accordo palesemente fuori legge, mentre l'ENEL – privatizzata – non si fa scrupoli già da qualche tempo a costruire in Europa dell'Est centrali nucleari con la stessa tecnologia dell'impianto di Chernobyl, prendendo atto che per la tanto decantata “quarta generazione” di impianti dovremmo attendere decenni.

Restando al territorio nostrano, in base alle indicazioni dei Decreti del Governo, avremmo già dovuto conoscere i siti dove saranno localizzate le centrali e stoccate le scorie radioattive, ma per la vicinanza dell'appuntamento con il voto in diverse regioni, per non scontentare l'elettorato, si è preferito rinviare tale indicazione a "tempi migliori". Anzi, come se per questo dovessimo essere più tranquilli, il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia precisa che "Il percorso prevede che siano fissati dei «criteri per l’individuazione dei siti e di protezione della salute dei cittadini e dell’ambiente», e «da tali criteri si può fare una mappa dell’Italia individuando macro-aree idonee secondo il governo a ospitare una centrale, ma certo non a individuare un singolo sito». Ma quel che è peggio, in base a quanto dichiara Saglia, del luogo preciso di costruzione di una centrale «verremo a conoscenza quando un operatore chiederà al governo di certificare secondo le regole questo sito».

Nel frattempo i media e vari personaggi (non ultimo il prof. Umberto Veronesi) profondono i loro sforzi nello spaccio delle “verità” più opportune a sostenere il grande affare dell'atomo: il nucleare è necessario; il nucleare è sicuro; il nucleare renderà autonoma l’Italia dal punto di vista energetico; tutti paesi stanno investendo nel nucleare, ecc... Così, siccome per molte persone ciò che dice la tivù è “la realtà”, si assiste ad un lento ma inesorabile condizionamento del pubblico, sempre più aperto e disponibile nei confronti di una scelta tanto antieconomica e rischiosa. Come se ciò non bastasse, in molte diocesi italiane è stato distribuito materiale sponsorizzato da ENEL a sostegno del nucleare: sperando che le autorità religiose si siano accorte solo in seguito dell'astuto stratagemma della SpA, non ci sono invece attenuanti per i partiti che in Italia si dichiarano antinuclearisti e spingono per un nuovo referendum, votando poi a favore di decisioni pro nucleare in sede europea.

Sorge quindi spontanea una domanda: qual è l'affaire nucleare se c'è una simile corsa verso l'Eldorado dell'atomo? Documenti alla mano, a meno che per i costruttori/investitori non siano applicati meccanismi distorti e truffaldini come già avviene per la quota CIP 6 che versiamo nelle nostre bollette ENEL per le fonti di energia rinnovabile e che – tramite lo stratagemma della parola “assimilabile” - vengono ripartiti agli imprenditori che investono in inceneritori, centrali turbogas e biomasse, la costruzione di una centrale atomica e la rispettiva produzione di energia elettrica è antieconomica.

Da vent’anni il numero di centrali nel mondo è stabile (circa 440 impianti), e la stragrande maggioranza è costituita da vecchie centrali di seconda generazione (tipo Chernobyl e Three Mile Island). In Australia, dove sono localizzati i maggiori giacimenti di uranio al mondo, non è mai stato costruito alcun impianto nucleare. Per il funzionamento standard annuale di una centrale servono 160.000 tonnellate di materiale, che andrà riprocessato, in modo da poterne ricavare sole 160 tonnellate di uranio utile. Le 159.840 tonnellate di scarto saranno impregnate di prodotti chimici utilizzati per il riprocessamento e conterranno ovviamente isotopi radioattivi. Il costo dell’uranio e del plutonio, fonti esauribili, ha subito una notevole impennata, rendendo tutt’altro che economico l’approvvigionamento, che l'Italia dovrebbe garantirsi dipendendo ancora una volta dall'estero, dal momento che non possiede riserve significative di uranio.

Per non parlare della pericolosità di queste sostanze, che è molto elevata: ad esempio, basta inalare meno di un milionesimo di grammo di plutonio per sviluppare un cancro al polmone. Il tempo di dimezzamento della radioattività del Plutonio è 24.000 anni, mentre l’Uranio-235 ha un tempo di dimezzamento di 704 milioni di anni e l’Uranio-238 di 4,5 miliardi di anni. Sono quindi ridicole le proposte che mirano a risolvere il problema scorie attraverso il loro seppellimento (terra o mare) in cassoni di cemento armato, la cui deperibilità è riconducibile ad un ordine di grandezza di un centinaio di anni.

Perchè quindi non rispondere ai “nuclearisti” con le risorse – pulite e rinnovabili - di cui gode effettivamente il nostro Paese per la produzione di energia elettrica, che è il solo tipo di energia prodotto dalle centrali nucleari? Micro impianti idroelettrici, solare termico, fotovoltaico, eolico domestico consentirebbero un buon approvvigionamento energetico e una maggiore distribuzione delle fonti di produzione. Questo, insieme ad un ripensamento complessivo dei ritmi dei nostri consumi energetici e all'intervento sugli sprechi delle nostre abitazioni e delle strutture produttive, potrebbe costituire una risposta ai bisogni dei cittadini all'insegna di un benessere umano e ambientale, non soggetto ai costi, alle ripercussioni e ai rischi impliciti nel ritorno all'atomo.

giovedì 25 febbraio 2010

Assedio su Gaza e i muri della vergogna (diretta web da Bologna giovedì 25 febbraio ore 20)





Giovedì 25 febbraio dalle ore 20 alle ore 22,30
presso la Sala Silentium, Vicolo Bolognetti 2
(zona San Vitale) Bologna nell'ambito della
manifestazione"Una settimana per Gaza",
interverrà il Senatore Fernando Rossi.
L'iniziativa sarà trasmessa in diretta web sul sito www.perilbenecomune.net
Clicca qui >>

lunedì 4 gennaio 2010

Hera, il business nelle terre di camorra

L'affare bipartisan che fa felice le giunte rosse di Romagna.
L'intreccio politico-imprenditoriale coinvolge la multiservizi dei Comuni romagnoli e le società del sottosegretario Pdl all'Econimia.


IMOLA- Il business dell’energia. Da dieci anni, forse più, ci hanno messo sopra gli occhi in tanti. Ma da sempre, in Emilia Romagna, quando si parla di utenze pubbliche – acqua, luce, gas e rifiuti – gli affari – e le poltrone – se li spartiscono le giunte rosse. Perchè qui, a decidere sono le segreterie del centrosinistra. Di quel PD al secolo Pds. Degli affari delle (ex) municipalizzate – assorbite dal colosso Hera che a sua volta coopta dalla politica locale amministratori pubblici da conveitire in business men – se ne occupano i vertici del partito. Uno schema rodato e collaudato. Ma gli affari sono affari – e quando c’è di mezzo l’energia elettrica – con tutto il corollario di terreni da acquistare e rimettere sul mercato, appalti da affidare e quote azionarie da vendere e ricomprare – il mondo non è altro che un grande paese. Nel paese del dio denaro e del profitto, addio bipolarismo. Destra e Sinistra, da Nord a Sud, tutti compagni. Così capita che l’ex municipalizzata rossa Ami – che da Imola a metà anni ’90 gestiva la distribuzione dell’energia elettrica e che poi è divenuta ConAmi, consorzio partecipato da 23 Comuni, romagnoli e non, che detiene a sua volta l’8,66 di Hera – finisca per fare affari lontano dalla rossa Romagna. Precisamente in Campania. Nelle terre dominate dai Casalesi. Affari che aumentano le entrate delle società della famiglia Cosentino, capitanata dal sottosegretario all’Economia Nicola, come pure le entrate di Hera (nel cui consiglio siede anche il fratello di Nicola, Giovanni Cosentino) e quindi alla voce ‘dividendi’ delle giunte di centrosinistra della beneamata Romagna. La vicenda l’ha cucinata a dovere Il Fatto Quotidiano, il foglio di Travaglio e soci. Tutto inizia dieci anni fa. Nel giugno del 1999. Quando la società Scr – che il Fatto Quotidiano indica come vicina alla famiglia Cosentino ma in mano a una fiduciaria (che ne scherma la proprietà) – compra per tre miliardi e 715 milioni di lire (1,9 milioni di euro) l’area industriale della Pozzi di Sparanise, un prezzo a dir poco stracciato. Ed è qui che entra in gioco la rossa Romagna con l’Almi di Imola (Azienda Multiservizi Intercomunale) – interessata a trovare siti per tirar su centrali energetiche – che entra in contatto con la Scr. L’area in questione, però, non ha ancora tutti i permessi per ospitare impianti di quel tipo. E qui Il Fatto sottolinea di far attenzione alle “coincidenze”: due anni dopo – nel 2001, quando Ami diventa Società AMI S.p.A. (azienda pubblico-privata che detiene l’attività di gestione e vendita di elettricità, gas, teleriscaldamento, smaltimento dei rifiuti e ciclo idrico integrato) il Comune di Sparanise cambia la destinazione d’uso dei terreni. Ami, poco prima di trasformarsi in ConAmi e di “fondersi” in Hera compra l’area in questione da Scr pagandola 9,3 milioni di euro per costruirci una centrale a turbogas da 800 megawatt. Il progetto arriva in Regione (guidata da Bassolino) nel 2004. Sia l’ente regionale che il Ministero del governo Berlusconi danno il via libera. La comunità di Sparanise, vescovo in testa, insorgono. Ma l’affare – e i quattrini – sono già nella cassaforte dei Comuni rossi e di Scr. Hera, infatti, già nel 2003 aveva provveduto a vendere il pacchetto – terreni e autorizzazioni per 11 milioni e 450 mila euro a Calenia Energia, società che deve costruire la centrale. Il 29 settembre 2004 Hera e Scr formalizzano l’acquisto del 15 % del capitale sociale di Calenia Energia. Socio di Hera in questa iniziativa è la svizzera Egl, che detiene il restante 85 % del capitale. La multiservizi emiliano-romagnola era già presente in Calenia Energia con il 10 % attravesro la municipalizzata di Rimini. Nel 2008 Hera Comm Med, società commerciale di Hera (nel cui cda siede Giovanni Cosentino, fratello di Nicola) cui è passato il 15 % della centrale ha guadagnato 40 milioni di euro per 6 milioni e mezzo di utile da dividere tra Hera e Scr. E le ricadute ambientali sul territorio campano a quanto ammontano? Di questo non vi è traccia nei dividendi e nei bilanci delle giunte romagnole e della multiservizi bolognese. Multiservizi che dieci anni dopo l’avvio di quell’affarone, esattamente un mesetto fa, la sua centrale a turbogas l’ha costruita proprio a Imola. Corsi e ricorsi della storia, dunque.
(da La Voce di Romagna)

mercoledì 9 dicembre 2009

Il modello Emilia: soldi e favori al fratello del capo.

La Regione del presidente Vasco Errani finanzia con un milione di euro la coop di Giovanni Errani, piena di debiti. La stessa società poi costruisce uno stabilimento senza permessi. Questa volta lo aiuta il sindaco di Imola, amico di Bersani, poi promosso deputato.

Errani finanzia Errani. Vasco, presidente pd dell’Emilia Romagna (oltre che della Conferenza stato-regioni), sovvenziona il fratello maggiore Giovanni, presidente della cooperativa Terremerse aderente a Legacoop. Tutto alla luce del sole, esistono delibere, perizie, fatture in una catena di stranezze e irregolarità. Che si spiegano solamente con il collaudato sistema di potere locale che sorregge le società rosse attraverso la triangolazione istituzioni-coop-partito. Un intreccio tra politica e affari che risalta nella storia di questa cooperativa agricola di Bagnacavallo operante tra Imola e il Ravennate. A cominciare dai nomi dei protagonisti: la famiglia Errani (Vasco, Giovanni e la figlia di quest’ultimo, Linda, sindaco della vicina Massa Lombarda, paese natale di tutti e tre); Guido Tampieri, anch’egli di Massa Lombarda, ex dirigente di Cgil e Pci-Pds-Ds, ex assessore regionale all’Agricoltura, ex sottosegretario del ministro De Castro nell’ultimo governo Prodi; Massimo Marchignoli, allora sindaco di Imola, ora deputato pd.
Siamo nel 2005. Terremerse naviga nei debiti per una serie di scelte gestionali criticate da molti soci e dalla locale Confederazione italiana agricoltori. Come risollevarsi? Semplice: si chiedono soldi alla Regione e favori alle istituzioni. Approfittando del piano regionale di sviluppo rurale, la coop di Errani Giovanni progetta un nuovo stabilimento vinicolo finanziato dalla Regione di Errani Vasco per un milione di euro (su una spesa prevista di due milioni e mezzo), mentre i Comuni di Imola e Massa Lombarda trasformano in zona residenziale ad alto indice un’area produttiva di Terremerse. I terreni resi edificabili vengono successivamente acquistati da Unipol Merchant Bank, Coop Adriatica e Federcoop Ravenna. Ciliegina sulla torta, dopo qualche mese la cantina viene ceduta nonostante l’esplicito divieto della Regione.
Il 14 novembre 2005 il dirigente regionale Carlo Basilio Bonizzi (l’assessore è Tampieri) finanzia il nuovo impianto enologico stabilendo che i lavori dovranno terminare entro il 30 aprile 2006 e che il contributo sarà erogato dopo i controlli. Ma il 30 aprile i cantieri sono ancora aperti perché Terremerse non aveva ancora ottenuto dal Comune di Imola il permesso di costruire, avendolo richiesto soltanto il 28 marzo. Il milione di euro rischia di saltare. Come salvarlo? Ecco che scatta il «soccorso rosso»: il 27 aprile la coop chiede un mese di proroga, l’11 maggio la Regione concede il rinvio, il 23 maggio il Comune sblocca i lavori. La giustificazione del ritardo è spassosa: la «prolungata piovosità del periodo invernale» che ha «impedito ai mezzi meccanici di entrare sul lotto». Peccato che l’inverno 2005-06 sia stato tra i più asciutti degli ultimi anni.
Il miracolo si compie. Terremerse ottiene il permesso di costruire il 23 maggio, e il 31 dichiara formalmente alla Regione che i lavori sono ultimati. Incredibile ma vero. Una settimana per costruire un grande stabilimento vinicolo. Altro che il sottosegretario Bertolaso: Berlusconi avrebbe dovuto chiamare Giovanni Speedy Gonzalez Errani a ricostruire le case dell’Aquila dopo il terremoto, e arruolare anche il suo staff amministrativo che in un giorno solo (31 maggio) ha fatto il giro dei fornitori, ottenuto l’emissione delle fatture (tutte con la stessa data), le ha registrate e saldate con la liquidità preparata nei giorni precedenti.
Non c’è bisogno di dire che la realtà è tutt’altra. Dal rendiconto ufficiale presentato il 15 giugno risulta infatti che i lavori sono iniziati il 22 febbraio, tre mesi prima che fossero autorizzati. Da notare che il Comune aveva imposto una serie di opere preliminari, tra cui «i preventivi adempimenti per le costruzioni in zone sismiche». Sono stati davvero eseguiti? Il dubbio è fortissimo. Anche perché Terremerse non fornisce neppure il certificato di agibilità e conformità edilizia che era tenuta a presentare assieme al rendiconto e alla dichiarazione di fine lavori. Una inadempienza clamorosa. Ma la Regione chiude un occhio, anzi tutti e due, e il 20 giugno Bonizzi attesta che «tutti i termini previsti sono stati rispettati».
Qualcuno però si accorge che non tutto è a posto. Così, poche settimane dopo, si corre ai ripari con un provvedimento confezionato dall’assessore Tampieri su misura per la coop che tanto sta a cuore alla famiglia Errani. La delibera di giunta del 4 settembre (votata anche dal governatore) prevede che i lavori possono considerarsi conclusi «anche in assenza della documentazione relativa alla certificazione di conformità edilizia e agibilità delle opere realizzate». Quel certificato sarà depositato l’11 gennaio 2008. Terremerse è salva, il contributo pure.
Come mai mancava l’agibilità? Negligenza del Comune di Imola? Niente affatto. Il motivo è diverso: i lavori erano ancora in corso e nessuna certificazione di conformità edilizia poteva essere chiesta. L’istanza viene depositata il 7 agosto 2007. Riepiloghiamo: la coop di Errani ha iniziato i lavori senza permessi (e il Comune imolese si è ben guardato dall’interromperli, sanzionare la coop e segnalare l’abuso in procura); li ha completati largamente oltre il termine; ha violato svariate clausole, tuttavia con l’aiuto della Regione guidata da Errani junior è riuscita a incassare un milione di euro.
Ma c’è dell’altro. Terremerse si era impegnata «in modo pieno e incondizionato» a non distogliere dalla prevista destinazione per almeno dieci anni gli immobili e gli impianti, e per almeno cinque anni le attrezzature mobili e i macchinari beneficiari del contributo, pena la perdita dei soldi. Che cos’ha fatto invece Errani senior? Ha ceduto le attività vitivinicole (compresa la struttura finanziata dalla Regione) alla neonata cooperativa Terre Imolesi, che a sua volta è stata fusa con la coop faentina Copa nella Cantina dei colli romagnoli. Nulla di tutto questo è stato comunicato alla Regione e il contributo è rimasto nelle casse della società presieduta dal fratello del governatore. La Regione sorvola anche quando Terremerse evita di dichiarare la produzione vitivinicola dell’anno 2006/2007. Si ripete un copione già visto: nulla da dichiarare, nulla era stato prodotto perché il cantiere della cantina pagata dalla Regione era ancora aperto. Non era stato vendemmiato neppure un grappolo d’uva.
La coop di Giovanni Errani non poteva rinunciare a quel milione. Essa perdeva dai 6 ai 7 milioni di euro all’anno che un trucco contabile consentiva di nascondere. Terremerse infatti all’occorrenza vendeva immobili - con plusvalenza - a una sua controllata, la Unagro srl, senza pagare il corrispettivo: in questo modo i crediti compensavano i debiti. Per esempio, il bilancio di Terremerse al 31 dicembre 2004 registra un credito di 2.604.000 euro per un bene ceduto e non pagato.
A sua volta, l’immobiliare Unagro è stata trasferita per circa 14 milioni di euro a Federcoop di Ravenna, Unipol Merchant Bank e Sara (società controllata da Coop Adriatica), a un prezzo molto inferiore a quello di mercato, in barba al principio dell’indivisibilità del patrimonio delle cooperative a mutualità prevalente. I consiglieri di amministrazione di Unagro hanno appreso dell’operazione soltanto al momento della cessione delle quote.
Ma nemmeno questo vorticare di soldi e di terreni raddrizza la pericolante situazione finanziaria della società di Giovanni Errani. Occorrono nuovi capitali. E l’iniezione tocca agli enti locali amministrati da parenti e compagni di partito. Il Comune di Imola rende edificabile l’area dell’ex stabilimento di via Cavina facendogli assumere un valore sui 17 milioni di euro. I maligni mormorano che sia stata questa operazione a garantire all’allora sindaco Marchignoli, grande amico di Vasco Errani e di Pierluigi Bersani, la promozione in Parlamento. E anche il Comune di Massa Lombarda (sindaco Linda Errani, figlia di Giovanni) regala l’edificabilità a un’area di circa 6mila metri quadrati che ospitava celle frigorifere.
Ci pensa poi Tampieri, divenuto nel frattempo sottosegretario alle Politiche agricole del governo Prodi, a tappare altri buchi. Appena insediato alla Direzione generale controllo qualità del ministero, stipula con Terremerse una convenzione per il progetto «Territori e mercati in rete». Di fatto è un modo per scaricare costi del personale tecnico e amministrativo di Terremerse sul dicastero: pare che numerose firme di dipendenti non siano autentiche e che altri abbiano firmato senza che venisse loro spiegata la vera ragione. L’operazione valeva altri tre milioni di euro in tre anni.
Dal bilancio 2008, infine, emerge un ultimo dato: l’ingresso di due soci sovventori con un apporto di un milione di euro ciascuno. Sono due persone fisiche: il presidente Gianni Errani e il nuovo amministratore delegato Oriano Mezzetti. Da dove proviene tutto quel denaro fresco?

di Stefano Filippi (© IL GIORNALE ON LINE)